L'isola dei pescatori
Il rito
Un romanzo in lavorazione tra lago, memoria e silenzi collettivi.








Sto lavorando a un nuovo libro nato quasi all’improvviso, dopo una visita all’Isola dei Pescatori, nelle Isole Borromee sul Lago Maggiore.
Non avevo in mente di iniziare una nuova storia.
Eppure qualcosa, in quel luogo, mi è rimasto addosso.
All’inizio era solo una sensazione.
Molto forte.
Difficile da spiegare.
Camminando tra i vicoli stretti dell’isola, guardando le barche ferme, le reti, le finestre illuminate sul lago, ho avuto la percezione che sotto la superficie tranquilla di quel posto esistesse qualcos’altro.
Non qualcosa di visibile.
Qualcosa di più antico.
Come certi silenzi che non sono normali silenzi.
Come certe abitudini tramandate troppo a lungo.
Come quei piccoli gesti che tutti sembrano conoscere senza doverli spiegare.
Ho iniziato a prendere appunti quasi subito.
Frammenti.
Atmosfere.
Immagini notturne.
La sensazione più inquietante era questa:
che lì alcune cose continuino da secoli.
Non saprei dire perché.
Forse è il lago.
Forse il modo in cui la nebbia cancella i contorni.
Forse il fatto che certi luoghi sembrano vivere fuori dal tempo.
Mi interessa raccontare proprio questo confine:
quando una comunità custodisce qualcosa così a lungo da non distinguerlo più dalla normalità.
Sto lavorando a una storia lenta, atmosferica, fatta di acqua scura, processioni, chiese silenziose, luci lontane sul lago e memorie che sembrano non essersi mai interrotte davvero.
Più entro dentro questo libro, più ho la sensazione che alcuni luoghi non abbiano bisogno di inventare misteri.
Li conservano già.
Appunti da un romanzo ancora immerso nella nebbia.